San Filippo d’Agira, “apostolo” della Sicilia

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San Filippo d’Agira, “apostolo” della Sicilia

In uno degli ultimi, recenti convegni sulla “Sicilia Millenaria”, tenutisi in questi ultimi anni, tra i centri storici dei monti Nebrodi e Peloritani, indicavo alcuni dei validi motivi per cui la storia religiosa della nostra terra sia, praticamente, da riscrivere; a causa delle molte, troppe, deformazioni fantasiose, equivoci storici e confusione di identità tra personaggi diversi ed epoche tra loro distanti, non sufficientemente contestualizzate, perché prive degli odierni strumenti di critica storica e lettura filologica dei (pochi) documenti autentici attinenti.

Tra le figure agiografiche che dal Medioevo storico-religioso della Sicilia antica ci sono state miracolosamente conservate, ma malauguratamente mal trasmesse (o, peggio, deformate in modo quasi caricaturale) emerge, per singolare identità e significativa azione evangelizzatrice e pastorale (non solo, perciò, taumaturgica!) nel cuore antico della Sicilia altomedievale, emerge, dico, quella figura, (inconfondibile all’occhio attento dello storico e dello studioso del periodo tardo impero-alto medioevo magno-greco e siculo) di quell’asceta, di origine siriaca, ma acculturato nella temperie romana, di nome Filippo; che nell’antico centro pagano (siculo) di Argirion (oggi Agìra, nell’Ennese) caro al culto mediterraneo del’eroe semidio Heracles (Hercules, per il mondo latino), e quindi, significativo luogo di radicamento della arcaica religiosità sicano-sicula fortemente innestata nell’ambiente territoriale ancestrale della diffusa presenza preistorica dell’uomo nella Sicania mediterranea; san Filippo, il siro, seppe diffondere e radicare il senso cristiano di appartenenza della Sicilia “cristiana” alla Chiesa ufficiale, imperiale, diffusa nel mondo civile di allora.

Grazie alla meticolosa ricerca codicologica e acribia scientifica, tra gli altri studiosi, di monsignor Cesare Pasini, editore del testo greco del Bìos (Vita) di Filippo d’Agìra (dove da secoli riposano le sue spoglie mortali), oggi siamo finalmente in grado di inquadrare e posizionare meglio, storicamente, questo personaggio antico, veneratissimo in molti centri ecclesiali e civili della Sicilia (soprattutto centro-orientale); memore della sua radicale e compiuta opera di cristianizzazione, a tappeto, delle popolazioni semipagane dell’interno della Sicilia del V-VI secolo, ancora parzialmente e superficialmente evangelizzate; per omologarle canonicamente e dogmaticamente alla prassi e alle strutture, ormai ben organizzate, della Chiesa antica.

Poiché si è troppo equivocato, in modo erroneo (madornale) sul possibile (o sui possibili) autore della sua Vita, il quale tradisce di ignorare l’epoca storica precisa e l’ambiente culturale originari del suo Eroe eponimo; confondendo addirittura personaggi distanti secoli tra loro, luoghi, vicende troppo anteriori a lui; ma a lui riferite per tradizione su trasmissione orale; in una Sicilia ormai post-araba, che sistematicamente e drammaticamente cancellava testimonianze storiche eminenti, disperdeva documenti importanti, bruciava archivi preziosi, allontanava e sradicava persone, gruppi e intere popolazioni locali (costringendole esuli altrove sul continente calabro-lucano); perfino intere comunità monastiche costrette a rifondarsi lontano (Argirò, in Calabria) nella speranza di poter rientrare un giorno nella antica sede, in patria, nella storica Trinacria… Il risultato era stato un curioso (per noi) impasto di storia e leggende, documento e fantasia, antico e recente, oriente e occidente, sacro e magico, religioso e profano… tranquillamente recepito allora e serenamente trasmesso, poi, con ingenuità, di generazione in generazione, tra i pii devoti del Santo agirese, orgogliosi di essere unici custodi della sua venerata memoria. Ma che lasciava perplessi e increduli quanti, studiosi, accostavano le vicende del nostro Santo “apostolo” missionario. Ignorando (quasi) tutto, quanto lo riguardasse.

A cominciare dal volto (immotivatamente) riprodotto annerito nei numerosi, devoti simulacri processionali di cui si vantano le varie chiese; come pure i fedeli, ignari che quel colore scuro non è autentico né originale né motivato da improbabili fuliggini infernali (spiegazione popolare) che avrebbero sporcato il Santo nella sua foga di ricacciare all’Inferno il nemico del genere umano…  E, inoltre, a ridurre tutta la sua operosa azione apostolica di evangelizzazione delle popolazioni rurali dell’interno della Sicilia, alla sola e quasi esclusiva attività esorcistica di “caccia-spiriti” (da cui il suo soprannome di “pneumatodiòktis” per antonomasia), con cui viene sempre identificato e distinto dagli omonimi nella agiografia bizantina, e per cui è rimasto fissato nella fantasia popolare dai suoi devoti ed estimatori.

Molto si potrebbe e dovrebbe dire di questo insigne figura di Santo siciliano italo-greco: missionario apostolico, asceta, efficace evangelizzatore, formidabile taumaturgo, punto di riferimento autorevole per la cristianità siciliana del suo tempo, al passaggio tra tarda antichità e alto medioevo bizantino. Ma, come per una intera pleiade di Santi greci dell’Italia meridionale, fiorita quando la santa Chiesa di Dio era indivisa, questo mio breve accenno e forte invito alla fruttuosa riscoperta della sua specifica identità non può estendersi oltre ad una breve disamina della sua poliedrica personalità e svariate attività spirituali. Ciò richiederebbe uno studio più ampio e approfondito.

Quanto fin’ora detto può servire a contestualizzare meglio certi straordinari personaggi dell’agiografia italo-greca (disgraziatamente ignorata dagli stessi siciliani!); reinserendoli con più attenzione al loro autentico ambiente storico, culturale, politico, sociale, economico, linguistico, spirituale, liturgico, ascetico (ma non sempre monastico!) del clero orientale presente per secoli in Sicilia, a cui siamo debitori  della sua radicata e diffusa cristianizzazione. Una lettura, commentata, del Bìos greco del Santo renderebbe piena ragione della sua identità, personalità, carisma, attività che ne hanno fatto una delle colonne della chiesa siciliana.

di Jeromonaco Alessio Mandanikiotis, archimandrita