La “Cchianata”, il sacrificio dei portatori per riportare Filippo a casa

  • Home
  • La “Cchianata”, il sacrificio dei portatori per riportare Filippo a casa
Cchianata di San Filippo

La “Cchianata”, il sacrificio dei portatori per riportare Filippo a casa

La “Cchianata” (salita) di San Filippo Siriaco è un malinconico viaggio a ritroso, una lenta scalata spirituale, una dimostrazione di unione. Dopo aver condotto il Santo a rompicollo giù per la vallata e averlo festeggiato e onorato a dovere, i portatori, otto giorni dopo (la domenica dell’ottava), lo riaccompagnano nella sua dimora in cima al Monte Castello. Uno sforzo immane, il più delle volte sotto un sole cocente, nonostante l’ora (si parte alle 19.00 in punto). Perché la Sicilia, a maggio, è già rovente e non brucia solo di fede e folklore. La Cchianata è una sorta di gavetta per i portatori in erba, perlopiù giovani (ma i veterani, ovviamente, sono sempre presenti). Non a caso, in passato, esisteva un preciso quanto rigido protocollo da seguire e rispettare: coloro che ambivano a un posto sotto i braccioli nella più nobile “Calata”, erano obbligati a sacrificarsi per un determinato numero di salite. Ai giorni nostri, certe regole “non scritte” sono ormai state accantonate, tuttavia sopravvive ancora una fetta di devoti-portatori fedele alle tradizioni. La Cchianata, meno pubblicizzata e popolata (ma non per questo meno intensa e affascinante), è molto più logorante della Calata. Ritmo compassato e fatica prendono il posto della velocità e del brivido. Il tempo si allunga inevitabilmente: sono necessari almeno venti minuti per giungere a destinazione. La cornice è la stessa, la cosiddetta “Terra Vecchia” di Calatabiano. Il numero di spettatori e curiosi è inferiore, ma i decibel degli incitamenti sono altissimi. Perché i portatori hanno bisogno del massimo supporto possibile. La Curva Pericolosa non rappresenta più il punto d’arrivo virtuale (come nella Calata), ma l’inizio della sfiancante arrampicata sul Monte Castello. La Vara, dopo aver superato il tratto pianeggiante, s’impenna improvvisamente. A tratti si blocca, indietreggia, barcolla, ma non si arresta. I portatori spingono al massimo, la folla, coinvolta e concitata, li sostiene urlando: “Fozza, ammuttamu!” (forza, spingiamo). Superata la chiesa della Madonna del Carmelo, ecco il punto più impegnativo: l’ultimo curvone, ampio e impervio, fatto di dislivelli rocciosi e polvere. Il fiero Esorcista svetta sulla corrente umana, mentre il santuario del Santissimo Crocifisso comincia a fare capolino tra i gradoni scoscesi. Portatori e fedeli si confondono tra loro, sono un tutt’uno: i braccioli ormai sopraffatti da braccia e mani. L’obiettivo è comune: condurre Filippo a casa. Dopo l’ultima, complicata manovra, il Santo, con lo sguardo rivolto verso la sua città, scompare lentamente, mentre il portone si chiude a fatica. All’interno della chiesa, sudore e lacrime si mischiano, mentre un addetto distribuisce, fra il caos generale, i fiori benedetti (e ormai appassiti) che hanno adornato il fercolo per tutta la settimana. La festa volge al termine. Gli ultimi fedeli rimasti salutano il Siriaco, che viene riposto nella sua nicchia dove riposerà per tutto l’anno. San Filippo vive nel sacrificio dei portatori, che da un estremo all’altro dell’Isola gli rendono omaggio e onore portandolo sulle spalle, in un’esplosione di amore e folklore che non ha eguali né limiti.

di Salvo Trovato

Foto di Salvo Trovato